Cosa accade durante i primi tre minuti di una discussione? Scopriamolo!
Tra il 1989 e il 1992, lo psicologo John Gottman e la ricercatrice Sybil Carrère reclutarono 124 coppie di novelli sposi presso il laboratorio dell’Università di Washington.
Tutti erano sposati da meno di sei mesi e nessuno aveva figli.
La procedura era la stessa per tutti.
La coppia compilava un questionario sui problemi e il ricercatore li aiutava a scegliere un problema che fosse fonte di continui disaccordi nel matrimonio: i più comuni erano la comunicazione e il denaro.
Seguirono due minuti di silenzio, senza interazione, per registrare un valore di riferimento.
Dopodiché, quindici minuti di discussione sul problema scelto, con video e misurazioni fisiologiche continue.
Le coppie sono state seguite per i successivi sei anni. Diciassette hanno divorziato, in media tre anni dopo il matrimonio.
Lo studio è stato pubblicato nel 1999 sulla rivista Family Process. I ricercatori non hanno analizzato i quindici minuti di conversazione.
Hanno analizzato solo i primi tre minuti, codificando l’espressione facciale, il tono della voce e il contenuto del discorso in quindici categorie di affetto, cinque positive e dieci negative.
Quei tre minuti sono stati sufficienti a distinguere le coppie che sarebbero rimaste sposate da quelle che avrebbero divorziato.
Coloro che avevano divorziato iniziavano la discussione con un atteggiamento molto più negativo.
Tra di loro, i mariti diventavano negativi più rapidamente e progressivamente meno positivi nel corso della conversazione.
“Il modo in cui le coppie iniziano una discussione su un problema è assolutamente fondamentale”, riassunse Gottman all’epoca.
Partenza aggressiva e partenza dolce

Da questa serie di studi sono emersi due termini che il Gottman Institute utilizza ancora oggi: harsh startup e softened startup, ovvero l’inizio aggressivo e l’inizio attenuato.
L’idea è che le discussioni si concludano con la stessa nota con cui sono iniziate.
Un approccio più delicato non significa reprimere le proprie lamentele o rimandare le cose.
Il consiglio è di lamentarsi senza accusare: parlare dei fatti invece di giudicare la persona, esprimere i propri sentimenti, chiedere ciò che si desidera e affrontare un problema alla volta, senza accumulare tre mesi di irritazione per poi sfogarla tutta in una volta.
“Non lavi niente in questa casa” e “il lavandino è pieno da ieri, puoi svuotarlo oggi?” sono la stessa lamentela.
Ma la prima da’ già all’altra persona un’idea di chi sia e la conversazione poi ruota attorno a questo.
Ciò che dice il proverbio
Proverbi 15:1 dice: “Una risposta gentile calma l’ira, ma una parola aspra suscita l’ira”.
Il verso descrive ciò che accade.
Quando arriva una risposta mite, la rabbia è già presente nella conversazione, e la risposta la mette da parte.
Con una parola dura, accade il contrario: non c’è rabbia finché qualcuno non la pronuncia.
Pochi versetti più avanti, Proverbi 15:28 parla dell’intervallo tra l’ascolto e la risposta: “Il cuore del giusto pondera le sue risposte, ma la bocca del malvagio riversa cose malvagie”.
La differenza tra i giusti e gli empi, in questo versetto, non sta in ciò che risponderanno, ma piuttosto nel fatto che la persona giusta riflette un po’ e considera ciò che è giusto prima di parlare.
Proverbi 15:18 si riferisce a coloro che si comportano così di continuo: “L’uomo irascibile suscita contese, ma l’uomo paziente placa le liti”.
In altre parole, una persona irascibile non inizia le liti, le crea.
E Proverbi 16:32 paragona il tenere a freno la lingua a un’impresa militare: “Meglio chi è lento all’ira del potente, e chi domina il suo spirito di chi conquista una città”.
I primi tre minuti di una conversazione: un esempio tratto dalle Scritture
In 1 Nefi 5:2, Saria crede che i suoi figli siano morti nel deserto e muove un’accusa inequivocabile contro suo marito: “Ecco, tu ci hai fatti uscire dalla terra della nostra eredità, e i miei figli non ci sono più; e periremo nel deserto”.
Lo definisce un veggente, trovando così una colpa in suo marito.
La risposta di Lehi inizia così: “So di essere un visionario”.
Non nega nulla, non si difende e non la offende nemmeno.
La prima cosa che fa è concordare con la moglie: sì, è un veggente.
Poi dimostra che ciò che lei aveva usato come accusa è stato ciò che ha salvato tutti; se non avesse visto le cose di Dio in visione, sarebbe rimasto a Gerusalemme e sarebbe morto insieme ai suoi fratelli.
La rassicurazione sul ritorno dei figli arriva solo alla fine.
Il versetto 6 afferma che funzionò: “E con queste parole mio padre Lehi consolò mia madre Saria”.
Fu proprio questa coppia di testi, il proverbio e la scena del deserto, che l’anziano W. Craig Zwick utilizzò nel suo messaggio alla conferenza generale dell’aprile 2014.
Egli definisce una risposta gentile come “parole disciplinate provenienti da un cuore umile” e propone una domanda come pratico strumento di apertura, in sostituzione di un giudizio affrettato.
“Attesto umilmente che possiamo “costruire per grazia” attraverso un linguaggio compassionevole quando il dono coltivato dello Spirito Santo penetra nei nostri cuori con empatia per i sentimenti e il contesto degli altri. Questo ci permette di trasformare situazioni pericolose in luoghi sacri.”

Mite non significa permissivo
È qui che molti fraintendono il versetto.
Una risposta mite suona come rinunciare al problema, accettare ciò che non può essere accettato, abbandonare la conversazione per evitare un litigio.
L’anziano Zwick definisce il termine come “una risposta razionale: parole disciplinate che provengono da un cuore umile”, e ci tiene a precisare che ciò non significa evitare la conversazione diretta o cedere sul contenuto:
“Le parole che sono ferme nelle informazioni che trasmettono possono essere gentili nello spirito.”
Riguardo allo scopo di queste conversazioni, scrive: “Ciò che contava era che ci ascoltassimo a vicenda e comprendessimo il punto di vista dell’altro”.
E suggerisce l’apertura mentale al posto di un giudizio affrettato: “Vi chiedo di esercitarvi con questa domanda, con tenera considerazione per l’esperienza di vita dell’altra persona: ‘Cosa ne pensi?'”
La frase che non hai ancora inviato
Il problema è che quasi mai scegliamo la prima frase.
Ci esce di bocca nel corridoio di casa, alla fine di una brutta giornata, con l’irritazione che ancora cresce.
Ma oggi gran parte delle nostre discussioni inizia per iscritto.
Si digita e la frase rimane lì per qualche secondo prima di trasformarsi in una conversazione.
È proprio questo l’intervallo di cui parla Proverbi 15:28.
Ci dà il tempo di rileggere e capire se stiamo iniziando con “sparisci quando ho bisogno di te” o con “Mi sei mancato ieri, possiamo parlare oggi?”.
Questo vale per la chat di gruppo del condominio, il messaggio vocale che stai per inviare a tua madre, la conversazione con il tuo coinquilino che non lava mai i piatti e la conversazione seria che rimandi dalla settimana scorsa.
Riflettete su quale sia stata l’ultima conversazione difficile che avete avuto: è iniziata bene o male? Avreste voluto ricominciare da capo? Bene! E’ il momento di cambiare quei primi tre minuti!
Fonte: maisfe.org
