No, fratelli e sorelle, il piano del Vangelo non è giusto.

Un mondo di dolore e ingiustizia

Eccoci qui.

Un universo di anime smarrite, scaraventate in un mondo teleste — non solo di dolore, ma di disordine sacro, di grida mute e di fame che nessun pane può saziare.

Siamo ciechi, e furenti.

Armati di denti e di unghie, di pugni e istinti.

Ci agitiamo in questa oscurità con la disperazione di chi sente di dover lottare per respirare.

Qui, patiamo dolori che bruciano fino all’osso.

E allora ci voltiamo l’uno contro l’altro. Feriti che feriscono, nell’illusione che colpire ci salvi.

Ma questa — questa non è la grande ingiustizia.

No.

Eccoci, anime divine, precipitate in un mondo che ci veste di carne fragile e memoria corta. Un mondo che ci lascia inciampare nei nostri stessi errori.

Un mondo che non ci trattiene quando reagiamo con rabbia, che non ci blocca quando l’odio ci sussurra vendetta.

Siamo lanciati in mezzo ad altri esseri incompleti — tutti spinosi, tutti in costruzione — e ci è chiesto di sopravvivere l’uno all’altro.

Di sopportare gomiti appuntiti e ginocchia che urtano nel buio.

Questa è un’agonia. 

Ma non è ancora la grande ingiustizia. Siamo egoisti, e sanguinanti. Anche i migliori tra noi non sono davvero buoni.

Ogni anima in questo mondo oscuro ha ferito qualcuno, ha graffiato con rabbia, sputato disprezzo, chiuso gli occhi alla luce, e calpestato il capo dei propri fratelli. Nessuno esce da quella stanza buia senza colpe. Nessuno ne esce illeso.

Eppure, compagni di lotta, esiste un’ingiustizia più grande: più brutale della violenza cieca, più tagliente del digrignare dei denti, più feroce delle piante dei piedi livide.

È questa la grande ingiustizia dell’esistenza, quella incisa nel cuore stesso del piano: che, nel buio più fitto, tra i colpi più spietati, un Agnello avanza, e si lascia colpire al nostro posto.

Mette la sua pelle contro i nostri denti e le nostre unghie, il suo corpo lungo il cammino delle nostre armi.

Assorbe i colpi destinati a noi. Innocente, non fallisce, non reagisce, ma soffre lo strazio della carne e lo strappo del suo vello. Cammina, innocente, tra la folla violenta, accogliendo i colpi, cedendo ai tagli.

L’agnello innocente: luce nel cuore dell’oscurità

L’Agnello cammina solo e abbandonato, attraversando la selva delle frustate — violente, solitarie — sanguinando da ogni poro. Sempre innocente, porta la sua croce nell’agonia, stringendo tra le mani la chiave che apre la porta per far entrare la luce.

Un raggio accecante si diffonde da un angolo all’altro, e dice che noi, ciechi, erranti nel buio, siamo dèi. Che siamo amati — oh, così profondamente amati — da genitori teneri e affettuosi.

Che i nostri colpi crudeli e dannosi possono essere perdonati. Che i nostri graffi, i lividi, le ferite possono guarire. Che nulla, nulla ci impedisce di attraversare quella stanza e stare con Lui, finalmente, nella luce.

No, il piano del Vangelo non è giusto.

Non è giusto che io possa essere perdonato per i colpi che ho inflitto. Non è giusto che Lui mi accolga nella luce mentre ancora sanguina per le ferite che io stesso gli ho inferto.

Non è giusto che i miei graffi, lividi e tagli guariscano come se non fossero mai esistiti. Che tutte le ferite subite in quella stanza oscura possano essere sostituite con salute, forza, giovinezza.

Che possiamo lasciare quel luogo con i nostri corpi restaurati, come se il dolore non ci avesse mai sfiorati. Che, alla fine di ogni cosa, non rimanga alcun segno del peccato.

Nessuna crosta. Nessuna distorsione. Nessuna zoppia. Nessuna cecità. Nessun segno dell’età o dell’usura. Nessun livido. Nessuna ferita. Nessuna lacrima. Nessuna cicatrice.

Tranne su di Lui.

Innocente, con mani ancora segnate dal dolore, asciuga lacrime silenziose, lenisce graffi profondi e morsi che feriscono l’anima. Innocente, cammina stanco e segnato, fino agli angoli più oscuri dell’inferno, calpestando sentieri di desolazione.

Con le braccia spalancate, chiama a sé i suoi stessi assalitori, invitandoli a entrare nella luce che guarisce e perdona. No, nulla di tutto questo può essere definito giusto.

La sua bontà smisurata, la compassione che non conosce confini, travalicano ogni nozione di “giustizia” e la sommergono in un mare infinito di misericordia.

Da quella croce, la luce esplode, irrompendo nella notte. Al prezzo lieve del pentimento, possiamo varcare quella soglia verso l’eternità, verso una gloria che non abbiamo meritato né conquistato.

I nostri peccati, come ombre, non ci saranno più ricordati. Siamo chiamati a librarci sulle ali di colui che abbiamo ferito, a crescere e ascendere nei regni celesti, fin dove il nostro cuore avrà il coraggio di spingersi.

No, il piano del Vangelo non è giusto.

Non lo è affatto.

The Gospel is not Fair è stato scritto da Kimberly White