Quando pensiamo a Mosè, visualizziamo il profeta che divide le acque del Mar Rosso o l’uomo che scende dal Sinai con le Tavole della Legge. Eppure, la sua storia pubblica inizia con un atto di violenza: l’uccisione di un egiziano.
Per secoli, critici e lettori si sono posti la stessa domanda: perché Dio ha scelto proprio un uomo che si era macchiato di un atto così grave per liberare Israele?
La risposta non risiede in un impulso cieco o in una rabbia incontrollata, ma in un contesto complesso fatto di giustizia, difesa della vita e dinamiche di potere che spesso sfuggono a una lettura superficiale.
L’incidente: Cosa dice davvero il testo originale?
Il racconto biblico in Esodo 2:11-12 recita:
«In quei giorni, Mosè, fattosi grande, uscì a trovare i suoi fratelli e notò i loro gravami. Vide un Egiziano che percuoteva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Guardò di qua e di là e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia».
A prima vista, sembra l’azione di un uomo che si nasconde per un crimine. Tuttavia, l’analisi linguistica cambia totalmente la prospettiva.
Come sottolinea lo studioso Ellis T. Rasmussen, i termini “percuotere” e “uccidere” derivano entrambi dalla radice ebraica nakhah.
Questa parola non descrive un omicidio a sangue freddo, ma l’azione di un soldato in combattimento. In sostanza, Mosè non ha aggredito un passante; è intervenuto in uno scontro violento.
Dire che Mosè uccise l’egiziano è corretto, ma è altrettanto corretto dire che Mosè tolse una vita per salvarne un’altra.

Difesa della vita o omicidio? Tre prospettive storiche
Per capire perché Mosè agì in quel modo, dobbiamo guardare oltre il versetto isolato e considerare le tradizioni storiche e i commentari che arricchiscono il contesto:
1. La versione dei fatti di Eusebio: L’intrigo di corte
Lo storico antico Eusebio di Cesarea fornisce una chiave di lettura politica affascinante. Secondo i suoi scritti, l’uccisione non fu un impeto del momento, ma l’esito di un complotto.
Essendo Mosè un potenziale erede o una figura di spicco alla corte del Faraone, alcuni funzionari avrebbero tramato per assassinarlo.
In questo scontro, Mosè si sarebbe semplicemente difeso, riuscendo a respingere e uccidere l’aggressore inviato per eliminarlo.
2. La Midrash Rabbah: Un atto di protezione morale
Il commentario ebraico tradizionale, la Midrash Rabbah, aggiunge un dettaglio etico: l’egiziano non stava solo colpendo un operaio, ma stava abusando della sua posizione per sedurre o violare una donna ebrea.
Anche il Corano conferma questa visione di un Mosè che interviene per fermare un’ingiustizia palese. In questo scenario, Mosè agisce come un protettore della virtù e dei deboli, assumendosi la responsabilità che nessun altro osava prendersi.
3. La scelta di campo
Perché guardare “di qua e di là”? Rasmussen spiega che questo gesto non indica codardia, ma consapevolezza. Mosè sapeva perfettamente che il sistema legale egiziano non avrebbe mai convalidato la difesa di uno schiavo contro un cittadino egiziano.
Guardarsi attorno significava riconoscere che stava per compiere un atto di “disobbedienza civile” estrema, scegliendo definitivamente di schierarsi con gli oppressi piuttosto che con gli oppressori.
Dio non chiama un assassino

L’idea che Dio scelga i suoi strumenti con piena cognizione morale attraversa tutta la narrazione biblica.
Attribuire a Mosè l’etichetta di “assassino” in senso assoluto rischia di semplificare eccessivamente il testo e di ignorarne il contesto.
Come affermato da Mark E. Petersen:
«Certamente devono esserci state buone ragioni per l’atto di Mosè, poiché certamente il Signore non avrebbe chiamato un assassino all’alto ufficio di profeta e liberatore del Suo popolo Israele».
Questa affermazione invita a riflettere su una distinzione fondamentale: nella prospettiva biblica, non ogni uccisione è moralmente equivalente.
Il testo suggerisce che Dio non legittima la violenza gratuita o premeditata, ma può operare attraverso persone che, in situazioni estreme, hanno agito per difendere la vita e opporsi all’ingiustizia.
Se Mosè fosse stato un uomo dominato dalla violenza o dall’egoismo, difficilmente sarebbe stato scelto per un compito che richiedeva umiltà, pazienza e responsabilità spirituale. La sua storia, invece, mostra un individuo già sensibile al dolore altrui, ma ancora da formare.
I quarant’anni nel deserto di Madian non appaiono come una punizione per un crimine, bensì come un processo di trasformazione: da uomo impulsivo a guida capace di autocontrollo e compassione.
In questo senso, la chiamata di Mosè non rappresenta il recupero di un criminale, ma la maturazione di una coscienza già orientata alla giustizia, che aveva bisogno di essere purificata e guidata.
Mosè uccise un Egiziano: cosa impariamo oggi da questo episodio?

L’episodio di Mosè e l’egiziano ci insegna che Dio guarda al cuore e al contesto, non soltanto all’apparenza esteriore delle azioni.
L’integrità ha un costo: Mosè passò dall’essere un principe d’Egitto a un pastore fuggiasco a causa di quella scelta. Era disposto a perdere tutto pur di fare ciò che riteneva giusto in quel momento cruciale.
La preparazione nel deserto: Quell’atto lo condusse a Madian, dove imparò l’umiltà e sviluppò le qualità necessarie per guidare un popolo intero.
Il senso di giustizia divino: Dio cerca persone che non restino indifferenti davanti alla sofferenza. Mosè vide il peso dei suoi fratelli e ne condivise il dolore prima ancora di udire la voce di Dio dal roveto ardente.
Quando studiamo la vita dei profeti, ricordiamo che le loro prove erano concrete e spesso drammatiche quanto le nostre; ciò che li distingue è la loro disponibilità a difendere il debole e a lasciarsi trasformare, diventando così strumenti nelle mani di Dio.
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Perché Mosè uccise un Egiziano è stato scritto da Ginevra