Gesù rivolse a Pietro una domanda che, ancora oggi, risuona in noi: «Simone, figlio di Giovanni, tu mi ami più di costoro?».
Era mattina presto quando Pietro e gli altri discepoli stavano tornando sulla riva del Mar di Galilea dopo una notte intera trascorsa a pescare, senza alcun risultato.
Un uomo si trovava sulla riva e disse loro di gettare la rete dall’altra parte della barca. La rete si riempì a tal punto che a stento riuscirono a tirarla su.
Fu in quel momento che Giovanni riconobbe il Signore risorto e Pietro, senza aspettare che la barca attraccasse, si gettò in acqua.
E’ dopo questo evento che Gesù gli fece quella domanda: una domanda semplice nella forma, mache richiede un esame onesto di ciò che occupa il centro della nostra vita, per permetterci di dare una risposta.
Cosa stava chiedendo veramente Gesù?
Non è difficile immaginare il peso di quel momento per Pietro.
Aveva rinnegato il Signore tre volte prima della crocifissione, era tornato a pescare dopo la morte di Gesù e ora si trovava davanti al Cristo risorto, chiamato a una sorta di rendiconto delle sue azioni, non punitivo, ma rivelatorio.
La domanda non riguardava il passato. Riguardava la scelta che Pietro avrebbe fatto da quel momento in poi.
Quando ci poniamo questa domanda ai giorni nostri, essa assume nuove dimensioni.
I “costoro” a cui Gesù si riferisce potrebbe essere rappresentato dagli altri discepoli, dalla barca, dalle reti, dalla vita familiare che Pietro si era lasciato alle spalle.
Per noi, potrebbe indicare carriera che assorbe i nostri anni migliori, l’opinione delle persone che amiamo, le comodità a cui non vogliamo rinunciare, o semplicemente la versione di noi stessi che il mondo approva.
Il Signore potrebbe interrogarci sulle molteplici influenze, sia positive che negative, che competono per la nostra attenzione e il nostro tempo.
Mosè comprese questo conflitto prima di chiunque altro.
Quando guidò Israele attraverso il deserto, il suo obiettivo principale non era solo raggiungere la Terra Promessa, ma insegnare a un popolo, in mezzo alla penuria, a mettere Dio al primo posto:
“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze”.
Quattro decenni nel deserto per comprendere una verità: nessun traguardo in questa vita è più grande dell’aver dimostrato amore per il Signore durante la nostra esistenza.

“Mi ami più di costoro?” Ciò che amiamo più di quanto ammettiamo
Ci sono periodi della vita in cui, se Cristo ci ponesse questa domanda, non sapremmo come rispondere con convinzione.
Non necessariamente perché non crediamo in Lui, ma perché ci sono cose a cui diamo costantemente la priorità senza rendercene conto: i nostri obiettivi, l’immagine che proiettiamo, la nostra zona di comfort che difendiamo con più energia del dovuto.
Spesso non si tratta di cose negative. Sono cose positive che gradualmente hanno preso il sopravvento, occupando uno spazio che non spetta loro.
Questo è forse l’aspetto più insidioso della domanda di Cristo. Raramente smettiamo di amarlo di colpo.
Perdiamo quell’amore gradualmente, sostituendolo uno dopo l’altro, finché un giorno ci rendiamo conto di amarlo, ma da lontano.
Cosa significa amarlo davvero?
Non si tratta di una questione di comportamento religioso esteriore. Si tratta di una questione interiore, di ciò che realmente governa le nostre scelte quando nessuno ci osserva.
L’apostolo Giovanni scrisse che se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui (1 Giovanni 2:15). Questa non è una condanna dei beni materiali, ma un monito sulla gerarchia, su ciò che viene prima di ciò che conta.
L’anziano M. Russell Ballard ci ha invitato, in un suo discorso, a riflettere sul fatto che i funerali rivelano questa gerarchia, con un’onestà che la vita di tutti i giorni raramente permette.
Nessuno parla delle dimensioni della casa o dei successi professionali. Ciò che le persone ricordano con le lacrime agli occhi sono i momenti di presenza, di servizio, di amore. Ciò che rimane è ciò che è stato costruito per durare.
Il costo e la promessa di una risposta onesta
Rispondere “sì” alla domanda di Cristo non è semplice, e sarebbe disonesto fingere che lo sia.
Amare il Signore sopra ogni cosa significa, a un certo punto, scegliere i Suoi comandamenti anche quando sono scomodi, perdonare quando il dolore è legittimo, onorare gli impegni anche quando nessuno se ne accorgerebbe se non lo facessimo e abbandonare le versioni di noi stessi che il mondo apprezza, ma che non si addicono al discepolo che stiamo cercando di essere.
Il Salvatore stesso è stato esplicito a riguardo:
“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Quando Pietro riconobbe il Signore sulla riva, non rimase nella barca a calcolare cosa fare.
Semplicemente andò. E questa disponibilità, ad andare incontro a Cristo senza aspettare che tutto sia risolto prima, è ciò che trasforma la domanda del Signore da un’esigenza in un invito.
La promessa è che quando mettiamo veramente Lui al primo posto, le altre cose non scompaiono dalla nostra vita, ma trovano il loro giusto posto al suo interno.
Amare il Signore significa servire le persone che ci circondano nella vita quotidiana più ordinaria. Come insegnò re Beniamino, quando siamo al servizio del nostro prossimo, siamo al servizio di Dio.
L’amore che professiamo deve avere uno scopo.
Allora, cosa risponderesti se il Salvatore ti ponesse questa domanda oggi? Non la risposta che pensi di dover dare, ma la risposta sincera, quella che tiene conto di come hai effettivamente impiegato il tuo tempo e le tue energie nell’ultima settimana.
Pietro rispose di sì e, poi, visse con quella risposta per il resto della sua vita, con imperfezioni, battute d’arresto e progressi.
Forse è questo che il Signore si aspetta anche da noi: non la perfezione della risposta, ma la sua sincerità e la volontà di continuare a provare.
Fonte: maisfe.org