Chi apre Salmo 22:16 nell’edizione della Chiesa in italiano legge: “Poiché cani mi hanno circondato; uno stuolo di malfattori mi ha attorniato; mi hanno forato le mani e i piedi.”
Chi invece apre lo stesso versetto in una Bibbia ebraica, o in buona parte delle traduzioni protestanti moderne, legge invece “come un leone, le mie mani e i miei piedi”.
La frase, in questo secondo caso, resta senza verbo, quasi incompleta, ed è per questo che i traduttori devono interpretarne il senso e aggiungere parole per renderla comprensibile.
Una sola lettera fa la differenza
Tra le due letture c’è una sola lettera di scarto. La parola ebraica in questione può terminare con vav (ו) o con yod (י): due segni molto simili, tra i più facili da confondere nella scrittura degli antichi scribi, come osserva Shon D. Hopkin, professore di antiche scritture alla BYU.
Eppure quella minima differenza cambia radicalmente il significato della frase. Con la vav, la parola diventa un verbo che significa “scavare”, “perforare” o “forare”. Con la yod, si legge invece “come un leone” — la forma che compare nel Testo Masoretico, la tradizione manoscritta ebraica su cui si basano molte edizioni moderne dell’Antico Testamento.
Secoli di accuse reciproche
In italiano, il termine “forato” è arrivato attraverso la Septuaginta, l’antica traduzione greca dell’Antico Testamento realizzata da ebrei alcuni secoli prima di Cristo, dove il verbo usato in Salmo 22:16 significa “hanno perforato”. Da lì la lettura è passata al latino e, di conseguenza, a molte traduzioni moderne della Bibbia.
Nel corso dei secoli, questa divergenza tra “hanno forato” e “come un leone” è diventata terreno di un acceso dibattito tra cristiani ed ebrei: i primi vedevano nel versetto una profezia sulla crocifissione di Gesù, i secondi respingevano tale lettura.

A complicare le cose era l’assenza, per lungo tempo, di manoscritti ebraici del Salmo 22 anteriori all’insorgere della controversia. Poiché anche le copie superstiti della Septuaginta sono posteriori a Cristo, alcuni studiosi hanno persino ipotizzato che copisti cristiani avessero alterato il testo per farlo sembrare una profezia sulla crocifissione.
Senza un manoscritto ebraico più antico da usare come confronto, la questione restava irrisolta.
Un indizio importante, tuttavia, viene da altre traduzioni antiche realizzate a partire dall’ebraico nei primi secoli dopo Cristo: pur non concordando esattamente su quale verbo usare, tutte confermano un punto essenziale, ovvero che il testo ebraico noto ai loro traduttori conteneva un verbo, non l’espressione “come un leone”.
I Manoscritti del Mar Morto: Il frammento ritrovato in una grotta
Il quadro è cambiato con la scoperta dei manoscritti del Mar Morto e un frammento di rotolo scoperto da beduini all’inizio degli anni Cinquanta in una grotta di Naḥal Ḥever, nel deserto della Giudea. Il rotolo dei Salmi a cui appartiene risale alla metà del I secolo d.C. — quindi precede la controversia tra ebrei e cristiani — e riporta il versetto con la vav.
Pubblicato nel 1997 da Peter Flint e in seguito incluso nell’edizione ufficiale dei manoscritti, il frammento suona così nella traduzione di Martin Abegg Jr., Peter Flint ed Eugene Ulrich: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi.”
Distinguere la vav dalla yod nei manoscritti del Mar Morto è spesso arduo, ed è per questo che la calligrafia conta moltissimo in questo caso specifico.

I curatori dell’edizione ufficiale notano che la fotografia è piuttosto sbiadita, ma che la maggior parte delle lettere risulta identificabile tramite ingrandimento; concludono così che, nella mano di questo scriba, la vav e la yod si distinguono chiaramente — e che nel versetto compare proprio una vav.
Non tutti hanno accettato questa conclusione. Nel 2004 Kristin Swenson ha pubblicato sul Journal of Biblical Literature una difesa della lettura “come un leone”, liquidando il frammento in una nota a piè di pagina come un testo troppo cancellato per essere leggibile.
Hopkin ha risposto pubblicando la fotografia più nitida disponibile e ribadendo la correttezza della trascrizione di Flint.
Va detto che lo studio di questi rotoli non è estraneo alla ricerca dei Santi degli Ultimi Giorni: Donald W. Parry, professore di Bibbia ebraica alla BYU, fa parte dal 1994 del team internazionale di traduttori dei Rotoli del Mar Morto, e Hopkin ringrazia esplicitamente il suo contributo, insieme a quello di Paul Y. Hoskisson e John W. Welch, nella stesura del proprio articolo.
I Manoscritti del Mar Morto, una discussione ancora aperta
La scoperta del frammento di Naḥal Ḥever non ha chiuso il dibattito. Come spiega un articolo di Scripture Central, oggi la maggior parte dei ricercatori accetta la lettura con la vav, che favorisce la presenza di un verbo nel versetto. Questo, però, non significa che tutti i dubbi siano stati risolti.
Una prima riserva riguarda il fatto che non si possa semplicemente dichiarare corretta una tradizione manoscritta ed errata l’altra: la Septuaginta, che trasmette l’idea di “hanno perforato”, e il Testo Masoretico, che riporta “come un leone”, potrebbero conservare forme antiche diverse dello stesso testo.
Esiste poi un dubbio sul significato stesso della parola: il verbo ebraico del frammento indica di solito “scavare” o “escavare”, e alcuni ricercatori si chiedono se potesse davvero riferirsi a mani e piedi trafitti.

Altri obiettano che l’ebraico ammette usi simili: un esempio si trova in Salmo 40:6, nell’espressione “gli orecchi mi hai aperto”, dove un verbo dello stesso campo semantico è applicato direttamente a una parte del corpo.
Alla luce delle evidenze dei Manuscritti del Mar Morto, “hanno forato” resta dunque un’interpretazione possibile e ben sostenuta. Ma questo risolve solo una parte della questione: anche ammettendo che il versetto parli di mani e piedi perforati, resta da stabilire se queste parole vadano lette come una profezia su Gesù Cristo.
È proprio su questo punto che i ricercatori tornano a dividersi — alcuni non considerano il Salmo 22 un salmo messianico, altri ritengono che le sue parole possano davvero indicare eventi futuri. La discussione, quindi, si articola in due domande distinte: cosa diceva realmente il testo ebraico, e come va interpretato.
“Purché sia tradotta correttamente”
Confrontare manoscritti e discutere il tratto di una singola lettera può sembrare un lavoro arido. Ed è qui che entra in gioco l’Articolo di Fede 1:8:
“Noi crediamo che la Bibbia sia la parola di Dio, per quanto è tradotta correttamente.”
Hopkin cita questa frase fin dalle prime pagine del suo studio e conclude che i Santi degli Ultimi Giorni devono servirsi di tutti gli strumenti di analisi disponibili per tradurre correttamente i testi biblici: la clausola aggiunta da Joseph Smith funziona come un’autorizzazione a esaminare la Bibbia da vicino, anche nei punti in cui l’esame risulta scomodo.
L’intestazione dell’edizione della Chiesa classifica il Salmo 22 come salmo messianico di Davide, e la tabella delle corrispondenze nei Scripture Helps allinea il versetto 1 a Matteo 27:46, i versetti 7-8 allo scherno subito davanti alla croce, il versetto 16 a Luca 23:33 e il versetto 18 al sorteggio delle vesti.
Il Bible Dictionary ricorda che i Salmi sono il libro dell’Antico Testamento più citato nel Nuovo, e l’anziano Jeffrey R. Holland ha dedicato un intero volume — For Times of Trouble: Spiritual Solace from the Psalms — a questa lettura.
Sulla croce, Gesù gridò proprio le parole che aprono questo salmo. L’anziano Holland descrive quel grido come la discesa nella “paralizzante disperazione del ritiro divino”, e afferma che il Padre perfetto non abbandonò mai Suo Figlio in quell’ora — anche se, per un breve momento, ritirò da Lui il conforto del Suo Spirito, affinché il sacrificio fosse tanto completo quanto volontario e solitario.
Chi ascoltava quelle parole conosceva l’intero salmo e sapeva come proseguiva. Sette versetti dopo quello contestato sta scritto:
“Voi che temete il Signore, lodatelo (…) Poiché non ha disprezzato né preso in odio l’afflizione dell’afflitto, né gli ha nascosto il suo volto; ma quando ha gridato a lui, egli l’ha esaudito.”
