Le parole di Deuteronomio 6:4-5 riecheggiano frequentemente nell’Antico e nel Nuovo Testamento, nel Libro di Mormon e in Dottrina e Alleanze. Vengono persino recitate due volte al giorno dagli Ebrei osservanti:
- Ascolta, Israele: l’Eterno, l’Iddio nostro, è l’unico Eterno.
- Tu amerai dunque l’Eterno, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.
Purtroppo, però, i commentari su questi e altri versetti scritturali correlati raramente esplorano in profondità la lunga storia dell’interpretazione dei termini ebraici che si celano dietro le parole chiave: “uno”, “cuore”, “anima”, “forze”.
Una solida comprensione di ciò che Gesù Cristo definì il “primo e grande comandamento” (che il Salvatore citò direttamente da Deuteronomio 6:4-5), ci aprirà gli occhi ad una nuova visione della legge della consacrazione, “l’ultimo e il più difficile requisito richiesto agli uomini in questa vita”.
Che cos’è il Libro del Deuteronomio?
Robert Alter descrive il libro del Deuteronomio come la presentazione del “discorso d’addio di Mosè, che egli pronunciò davanti al popolo prima che questi attraversasse il Giordano verso la terra promessa.
Comprende una serie di discorsi, trattazioni o, come alcuni studiosi li chiamano, “sermoni”. Presenta una prosa maestosa e potente, che lo rende la “più sostenuta dimostrazione di retorica nella Bibbia”.
Ma è molto più di un resoconto della riproposizione della legge fondamentale da parte di Mosè, così come la leggiamo oggi nel libro dell’Esodo.
Come implica il nome del libro, il Deuteronomio delinea una “seconda legge” (dal greco deuteros “secondo” + nomos “legge”) che estende e varia in qualche modo il testo della rivelazione ricevuta sul monte Sinai.
L’idea del Deuteronomio come seconda legge è rafforzata nel capitolo 6, versetto 1, che opera la transizione dal passato storico al presente storico:
“Ora questi sono i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che l’Eterno, il vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nel paese nel quale state per passare per prenderne possesso”.
A prima vista, può sembrare che questo versetto presenti i versetti successivi come una semplice riproposizione delle istruzioni date sul monte Sinai, riassunte nei capitoli 1-5.
Tuttavia, i capitoli successivi del Deuteronomio presentano cambiamenti distintivi ed elaborazioni della legge rispetto a quanto scritto nell’Esodo.
Questi cambiamenti ed elaborazioni supportano la tesi secondo cui il Deuteronomio presenta una “nuova visione della legge e della religione” in qualche modo differente, includendo persino alcuni cambiamenti nella formulazione dei Dieci Comandamenti stessi.
Nella tradizione ebraica, queste elaborazioni non erano novità, ma piuttosto parte della rivelazione che Mosè aveva originariamente ricevuto sul Sinai ma che non aveva fino a quel momento trascritto.
Il primo movimento rabbinico (ca. 70-300 d.C.) portò avanti l’idea che Mosè avesse ricevuto una rivelazione aggiuntiva non registrata nell’Esodo per giustificare la loro dottrina della “Torah Orale come tradizione che ha avuto origine durante le rivelazioni date sul Monte Sinai”.
I Santi degli Ultimi Giorni, naturalmente, credono anch’essi che non tutto ciò che fu rivelato sul Sinai sia contenuto nella Bibbia.
Nello specifico, le “ordinanze” del Suo “santo ordine” — in altre parole, “il Santo Sacerdozio [ossia di Melchizedek]” — che erano scritte sulla prima serie di tavole furono tolte a Israele come popolo e rimase solo la “legge dei comandamenti temporali”.
La struttura del Deuteronomio segue gli schemi generali usati per descrivere i patti tra un sovrano e i suoi sudditi (spesso chiamati trattati di signoria feudale).
Altri antichi trattati del Vicino Oriente, come quello tra Hattusilis e Ramsete II negli anni successivi allo stallo nella famosa battaglia di Qadesh (ca. 1280 a.C.), forniscono modelli istruttivi. Il patto del Sinai in Esodo 19-24 e il patto in Giosuè 24 seguono uno schema simile.
I capitoli 1-5 ripercorrono la storia del vagabondaggio di Israele e le clausole fondamentali del patto di Israele al Sinai. Poi, dopo aver preparato il cuore di Israele ricordando loro “quanto il Signore sia stato misericordioso… fino al tempo [presente]”, i capitoli 6-11 li esortano a adempiere con zelo il “requisito di lealtà verso Dio”.
In questo modo, i capitoli 6-11 formano una sorta di prefazione alle dettagliate leggi di purezza e unità che seguono nei capitoli 12-26.
Nello specifico, Deuteronomio 6:4-25 è visto come “un sermone sul primo comandamento del Decalogo [i Dieci Comandamenti], che incorpora allusioni dirette ad esso”.
Verso una migliore comprensione di Deuteronomio 6:4-5
Ascolta, Israele: l’Eterno, l’Iddio nostro, è l’unico Eterno.
Tu amerai dunque l’Eterno, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.
“Ascolta, Israele: l’Eterno, l’Iddio nostro, è l’unico Eterno.” Deuteronomio 6:4-5
Il primo di molti comuni malintesi su Deuteronomio 6:4-5 lo troviamo nella frase “l’Eterno, l’Iddio nostro, è l’unico Eterno.
Molte persone considerano la frase come un ovvio argomento a favore del monoteismo — che c’è solo un Dio, e nessun altro.
Questo argomento è stato usato per contrastare i Cristiani che accettano la divinità sia del Padre che del Figlio, per respingere le affermazioni dei Musulmani che asseriscono che “non c’è altro dio all’infuori di Allah”, e contro i Santi degli Ultimi Giorni che credono (insieme a molti primi Cristiani) che uomini e donne possano diventare “eredi di Dio e coeredi di Cristo” nel senso pieno e letterale del termine.
Tuttavia, la Jewish Study Bible (JSB) avverte i lettori di non interpretare Deuteronomio 6:4 come un’affermazione di monoteismo, una visione che è anacronistica.
Nel contesto dell’antica religione israelitica, serviva come proclama pubblico di lealtà esclusiva a YHVH [cioè Geova] come unico Signore di Israele. Una traduzione più fedele sarebbe “Il Signore è il nostro Dio, il Signore soltanto” (n.d.T.).
Una ragione per il frequente malinteso della frase è la sua ambiguità in ebraico. La JSB spiega:
Ognuna delle due interpretazioni è teoricamente possibile perché, in ebraico, è possibile formare una frase semplicemente unendo un soggetto e un predicato, senza specificare il verbo “essere”.
Pertanto, la frase ebraica [“il Signore, il nostro Dio, il Signore, uno”] può essere tradotta sia come “YHVH, il nostro Dio, YHVH è uno” sia come “YHVH è il nostro Dio, YHVH soltanto”.
La prima traduzione, più antica, che fa una dichiarazione sull’unità e l’indivisibilità di Dio, non rende pienamente giustizia a questo testo (sebbene abbia senso in un successivo contesto ebraico come polemica contro il cristianesimo).
Il versetto non presenta un argomento quantitativo (sul numero delle divinità) ma qualitativo, cioè sulla natura della relazione tra Dio e Israele.
“Tu amerai dunque l’Eterno, il tuo Dio” Deuteronomio 6:4-5
Dio offre a tutti i Suoi figli la possibilità di avere il Suo Spirito sempre con sé. Immagine: Pinterest
Sebbene Deuteronomio 6:5 ci dica di “amare [ebraico ָא ַהב , ’ahav] il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta la tua anima, e con tutte le tue forze”, D&A 4 ci dice che dobbiamo servire Dio con tutto il nostro “cuore, facoltà, mente e forza”.
Tuttavia, amore e servizio furono equiparati da Gesù quando disse: “Se mi amate, osservate i miei comandamenti”.
Il grande studioso biblico ebreo Rashi spiegò allo stesso modo che amare Dio significa specificamente “eseguire i suoi… comandamenti per amore”. David L. Lieber concorda, spiegando:
Per Israele, il dovere di amare Dio non si separa mai dall’azione: è un legame concreto che si esprime nell’osservanza dei Suoi comandamenti.
Dopotutto, nel linguaggio politico dell’antico Vicino Oriente il termine “amore” indicava proprio la lealtà dovuta da sudditi, alleati e vassalli.
Uno dei parallelismi più sorprendenti tra i trattati dell’epoca e l’alleanza tra Dio e il Suo popolo risiede proprio qui: nel requisito che i vassalli “amassero” il sovrano — ossia agissero con assoluta fedeltà nei suoi confronti — con tutto il cuore.
Di conseguenza, il comando di amare Dio va inteso prima di tutto come l’invito ad agire con lealtà verso di Lui, anche se questo, naturalmente, coinvolge e richiede una profonda risposta emotiva.
Pertanto, il paradosso di un sentimento imposto per legge si scioglie non appena comprendiamo che l’”amore” dell’alleanza non si riferisce principalmente a un moto dello spirito o a un’emozione privata, ma piuttosto a una lealtà concreta e attiva verso la divinità e verso il prossimo.
In breve, colui che “ama il Signore Iddio” si dimostrerà “fedele e veritiero in ogni cosa”.
“Con tutto il tuo cuore” Deuteronomio 6:4-5
Il cuore (ֵל ָבב , ֵleb ; levav, lev), “è spesso l’equivalente di ‘mente’ nel linguaggio biblico”, la sede dell’intelletto e della comprensione — sebbene “sia associato anche ai sentimenti”.
Pertanto, la frase potrebbe essere interpretata come equivalente al termine “con tutto il cuore”. Il requisito è un impegno sincero e totale della mente e della volontà che acconsente senza riserve ed evita interessi concorrenti. Lieber osserva inoltre:
L’opposto dell’amore incondizionato non è l’odio ma l’apatia — fare le cose meccanicamente senza passione, senza vero interesse (sia che si descriva il proprio atteggiamento verso Dio o verso i membri della famiglia).
Come scrisse Aaron Zeitlin:
Lodami, dice Dio, e saprò che Mi ami. Maledicimi, dice Dio, e saprò che Mi ami… Ma se guardi le stelle e sbadigli, se non lodi e non maledici, allora ti ho creato invano, dice Dio.
Geremia 29:13 esprime lo stesso pensiero in questo modo: “Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore”.
“Con tutta la tua anima” Deuteronomio 6:4-5
L’Antico Testamento “equiparava l’ ‘anima’ (ֶנ ֶפשׁ , nefesh) alla persona stessa. È quindi preferibile nella maggior parte dei casi tradurla come ‘essere'”.
Andando più a fondo, il grande commentatore ebreo medievale Rashi e la stessa Mishnah interpretano questa frase, nel contesto di Deuteronomio 6:5, con un’espressione forte: “amalo anche se Egli dovesse prendere la tua anima”.
Lo studioso David Lieber traduce questo concetto in modo altrettanto chiaro, spiegando che significa amare Dio “anche a costo della tua stessa vita”.

Pertanto, secondo la Jewish Study Bible, nell’interpretazione rabbinica questa frase significava essere pronti a offrire la propria stessa vita per amore di Dio.
Proprio da questa profonda convinzione nacque la solenne usanza di recitare lo Shema sul letto di morte o nei momenti estremi del martirio.
Si tratta di una tradizione toccante, che sembra aver avuto origine tra le comunità ebraiche della Renania, come risposta di fede di fronte ai tragici massacri subiti durante la chiamata alla prima crociata, nella primavera del 1096 d.C.
“Con tutte le tue forze”
La frase ebraica (b’khol m’odekha) potrebbe essere resa come “estremamente”, cioè “paragonabile alla frase più comune per ‘molto, moltissimo’ (bim’od m’od), implicando con tutto il potere e i mezzi a propria disposizione”.
Tuttavia, la tradizione ebraica rende tipicamente questo in modo più specifico come “con tutti i tuoi averi” o “con tutto il tuo denaro”. Si noti che l’equivalente nel Nuovo Testamento di “averi” è mammona.
Rashi fornisce la seguente spiegazione del perché “con tutto il tuo denaro” debba essere enunciato separatamente dall’idea che una persona debba dare anche la propria vita per Dio:
“Ci può essere una persona per la quale il denaro sia più prezioso del proprio corpo. Ecco perché dice ‘con tutto il tuo denaro'”.
Un’alleanza di consacrazione?
Prendendo in considerazione le sfumature di significato sopra discusse, potremmo prenderci la libertà di parafrasare il senso di Deuteronomio 6:5 come segue:
E sarai fedele e veritiero in ogni cosa, osservando i comandamenti del Signore tuo Dio con mente e volontà indivise, con tutto il tuo essere e tutti i tuoi averi, anche a costo della tua vita.
Vi è una somiglianza moderna nello spirito di questa parafrasi con la definizione del presidente Ezra Taft Benson della legge della consacrazione: “consacrare tempo, talenti, forza, proprietà e denaro per l’edificazione del regno di Dio sulla terra e per la costituzione di Sion”.

Conclusione
Alla luce della ricca storia e delle sfumature linguistiche che abbiamo esplorato, l’intramontabile comando di Deuteronomio 6:4-5 si rivela a noi in una veste nuova, spogliato da ogni astrattezza.
Amare il Signore nostro Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” non è un semplice invito a nutrire un sentimento interiore o un’emozione della domenica.
È, al contrario, la chiamata a un impegno totale e pervasivo che abbraccia ogni singola fibra della nostra esistenza.
In definitiva, questo antico e grandissimo comandamento non è altro che la radice biblica della legge di consacrazione.
Amare Dio in questo modo significa stringere con Lui un’alleanza d’azione, traducendo la fede in lealtà concreta e quotidiana verso il Creatore e verso il prossimo.
Colui che ama davvero il Signore, allora, non si limiterà a guardare il cielo con distratta ammirazione, ma si sforzerà di essere, in ogni momento, in ogni luogo e con tutto ciò che possiede, un testimone fedele e veritiero.
E tu, come cerchi di vivere questa totale lealtà verso il Signore nella tua vita quotidiana? Faccelo sapere nei commenti, e condividi l’articolo se ti è stato utile!
Questo articolo è stato pubblicato su https://latterdaysaintmag.com. Questo articolo è stato tradotto e adattato da Ginevra.