Vi è mai capitato di sentire l’espressione: “La fallacia del vero scozzese” oppure “Nessun vero scozzese”?
Si tratta di un nome curioso per un errore logico molto diffuso, chiamato appunto fallacia del vero scozzese.
È un tipo di ragionamento scorretto che si verifica quando qualcuno fa un’affermazione generale, ma di fronte a una smentita concreta, invece di riconoscere l’errore, cambia la definizione per difendere la propria idea — senza alcuna base oggettiva.
Per fare un esempio, immaginiamo questa conversazione:Fallacia del Vero Scozzese
Alice dice: «A tutti gli scozzesi piace l’haggis» (un piatto tradizionale scozzese a base di interiora di pecora).
Bob risponde: «Mio zio è scozzese e non gli piace».
Alice replica: «Allora non è un vero scozzese».
In questo caso, Alice modifica la sua affermazione originale solo per non ammettere che si era sbagliata. Ed è proprio da questo tipo di atteggiamento che nasce l’espressione “nessun vero scozzese”.
La fallacia del vero Scozzese in ambito religioso
A volte questa fallacia viene usata anche in ambito religioso. Per esempio, se qualcuno dice:
«I Cristiani credono in questa dottrina», e un altro risponde:
«Ma i membri della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni – o i Cristiani ortodossi, o i Cristiani evangelici – sono Cristiani e non ci credono», la prima persona potrebbe controbattere dicendo: «Be’, i veri Cristiani ci credono».
Questa risposta è un chiaro esempio della fallacia del vero scozzese: la definizione di “Cristiano” viene modificata all’improvviso solo per escludere quei gruppi che non rientrano in una visione specifica, senza motivazioni oggettive.
Non sempre specificare cosa significa essere Cristiani è sbagliato. Se qualcuno sta semplicemente descrivendo le caratteristiche che ritiene fondamentali per la propria fede, non si tratta automaticamente di una fallacia.
Tuttavia, il ragionamento diventa fallace quando:
- Si cambiano le regole della discussione in corso.
- Si definisce “Cristiano” solo in base alla propria tradizione, escludendo tutte le altre.
- Si pretende che questa definizione sia universale e oggettiva, quando in realtà non lo è.
Un caso emblematico
Facciamo un esempio: se diciamo “chi rifiuta dottrine come la Trinità o la risurrezione fisica di Gesù non può essere considerato Cristiano”, stiamo escludendo qualcuno non in base a criteri condivisi, ma secondo una visione soggettiva.
Chi ragiona così spesso commette anche altri errori logici, oltre alla fallacia del vero scozzese. Vediamone tre:
1. Ragionamento circolare
Si definisce “Cristiano” solo chi condivide già una certa dottrina, e quindi chi non la condivide viene automaticamente escluso. È un modo di chiudere il cerchio logico su se stessi, senza lasciare spazio al confronto.
2. Appello alla definizione
Si presume che un’identità complessa come quella cristiana — ma lo stesso vale per qualsiasi identità sociale o religiosa — possa essere ridotta a un elenco rigido di caratteristiche.Ma le identità non funzionano così: sono fluide, storicamente condizionate, e apprese nel tempo attraverso pratiche, esperienze, comunità.
3. Anacronismo storico
Un altro errore comune è usare dottrine sviluppate molto tempo dopo Gesù per stabilire chi sia Cristiano.
Ad esempio, la dottrina della Trinità si è formata solo nel IV-V secolo d.C., in contesti storici e filosofici ben precisi. Non si può pretendere che i primi Cristiani credessero a qualcosa che non esisteva ancora.
Anche se qualcuno sostiene che questa idea fosse già “in circolazione”, i dati storici non supportano questa affermazione, e non c’è un consenso accademico sul fatto che la Trinità fosse un concetto originario del Cristianesimo.
Ma non serve una definizione universale?
Qualcuno potrebbe obiettare: “Per essere davvero Cristiani bisogna rientrare nella definizione di Cristiano, che implica l’accettazione di certe dottrine fondamentali.”
No. Questo è un altro appello alla definizione. Le definizioni non hanno alcuna autorità al di fuori del gruppo che le accetta. In effetti, non esiste una definizione di “Cristiano” accettata da tutti i Cristiani del mondo. Ogni tradizione ha i suoi criteri.
Quando si escludono interi gruppi religiosi dalla categoria “Cristiani”, spesso non lo si fa per motivi oggettivi o storici, ma per proteggere una visione personale della fede.
E questo, oltre a essere un atto divisivo, è un ragionamento scorretto.